lunedì 19 agosto 2013

Valtellina Superiore ai suoi massimi - Nino Negri Vigneto Fracia 2009


La Valtellina è ormai da anni ai vertici dell'enologia italiana, un'area vinicola capace di regalare rossi straordinari da quelle uve nebbiolo, qui chiamate localmente Chiavvenasca, così famose in Langa. Valtellina Superiore è una delle denominazioni ammesse, insieme al Rosso di Valtellina e al più famoso Sforzato.

Nino Negri è certamente il produttore più famoso dell'intera regione, un'azienda con sede a Chiuro con una storia ormai più che centenaria alle spalle.

Il Vigneto Fracia è una delle bottiglie di punta dell'intera produzione, un Valtellina Superiore importante ottenuto da uve selezionate di uno specifico cru aziendale, quello che dà appunto il nome al vino. Il vigneto si trova nella sottozona Valgella, la più estesa delle cinque sottozone che compongono l'area vitivinicola valtellinese insieme a Inferno, Sassella, Grumello e Maroggia. 

Da questo cru aziendale di 7 ha nascono le uve che compongono il Vigneto Fracia, le vigne crescono sui tipici ripidi terrazzamenti valtellinesi con allevamento a Guyot su un terreno franco sabbioso con esposizione a Sud.
I grappoli sono stati selezionati e vendemmiati a fine Ottobre, una vendemmia tardiva che ha permesso una maggiore concentrazione degli zuccheri nell'acino.

Venti i mesi di sosta del vino in botti di rovere di secondo passaggio, prima di un ulteriore affinamento di 6 mesi in bottiglia che precede la commercializzazione.  
Dal sito ufficiale si conoscono anche interessanti annotazioni riguardo all'annata 2009 che ha visto, cito testualmente: "un Gennaio dove le precipitazioni nevose si sono succedute cospicue e continue apportando un buon rifornimento idrico alle piante. La primavera è risultata variabile alternando temperature calde e fredde, poi da Maggio il caldo si è stabilizzato protraendosi fino a metà Agosto. Dopo alcune pioggie il tempo si è assestato mantenendosi bello per i mesi di Settembre e Ottobre favorendo una buona maturazione delle uve".

Andiamo alla degustazione. Nel bicchiere il vino si presenta di colore granato, consistente. Al naso intenso con note speziate (pepe nero, lieve cannella) e di legno a far da guardia a altri sentori più delicati di frutta rossa in confettura e fiori secchi e appassiti con la viola su tutti. Elegante. Le premesse olfattive sono entusiasmanti e in bocca si trovano solo conferme, ingresso setoso, intenso e fine, morbido, di ottimo corpo, sufficientemente caldo, tannino non invadente seppur vivo.
La barrique si integra magistralmente con le note acidule del frutto, prugna soprattutto, finale ancora speziato, lieve ritorno di cannella e alcune note cioccolatose e di liquirizia. Persistenza notevolissima.
Un gran vino, perfetto per abbinamenti territoriali come pizzoccheri e piatti di carne arrosto. Speciale con formaggi stagionati, ma non sfigura affatto se bevuto da solo come vino da meditazione.

mercoledì 14 agosto 2013

Lughet 2009 - Cantine Francesco Montagna


Le Cantine Francesco Montagna sono uno dei produttori che preferisco nell'intero Oltrepò Pavese. Ho avuto modo di assaggiare diversi prodotti di questa azienda nel corso del tempo e devo dire che ho sempre trovato dei vini molto ben fatti, con un occhio rivolto alla territorialità ma senza far mancare ad ogni bottiglia un tocco di personalità che ritengo essenziale per distinguersi dalla media vinicola oltrepadana, non sempre purtroppo di altissimo livello.
 
Quest'azienda di Broni produce un buon numero di bottiglie, suddivise in alcune linee di produzione, tra le quali la linea Bertè Cordini, selezione di punta dell'azienda.
Al suo interno troviamo lo Chardonnay Lughet, che ho avuto il piacere di bere recentemente (un vino che piace non lo si assaggia solamente, lo si beve anche) e che mi ha davvero colpito.

Tutti sappiamo che lo Chardonnay è un vitigno che cresce praticamente dappertutto e che si può trovare in ogni paese che possieda anche una benchè minima produzione vitivinicola. Spesso però i risultati non sono entusiasmanti e ci si trova nel bicchiere un vino con poco carattere e quindi totalmente anonimo.
Se vogliamo a grandi linee fare alcune distinzioni trovo che due grandi espressioni di questo vitigno le si possano trovare in Borgogna (nella Cote de Beaune si trovano i migliori cru che danno vita a vere e proprie gemme enologiche, dal costo però paragonabile a gemme stavolta intese come pietre preziose) e perchè no in California, dove chiaramente il terroir è completamente diverso così come l'approccio di chi vinifica nel cosiddetto new world. Ciò non toglie che alcune aree come Monterey o la Russian River Valley siano molto rinomate per i loro Chardonnay dai forti toni barricati.

Torniamo al nostro Lughet senza andare troppo lontano. Nel bicchiere un giallo paglierino carico, tendente al dorato, con una bella limpidezza. Al naso intenso con note di legno a ricordarci gli 8 mesi di barriques (sia nuove sia di primo passaggio) dove il vino viene lasciato a maturare. Numerosi batonnages e una criomacerazione di 24 ore sulle uve garantiscono da un lato una maggiore estrazione e ricchezza, dall'altro una più edulcorata sensazione di legno che infatti al naso sfuma per lasciare spazio a sensazioni fruttate, con frutta esotica e tropicale in netto rilievo. Anche l'assaggio è convincente, i suoi quasi quattro anni non si sentono. Un filo debole in ingresso, discreta carnosità, ancora accentuate note di frutta gialla, grande tropicalità e un bel finale dove l'acidità è ben viva e ci lascia presagire una vita residua di un paio d'anni ancora almeno, buona infine la persistenza.

Un vino che strizza l'occhio più agli Chardonnay californiani (chissà che non c'entri il periodo passato lì dal bravo enologo Matteo Bertè) ma senza tutta la pesantezza della barrique che qui si sente ma è ben integrata col frutto. Con un pò più di polposità e di estrazione potrebbe davvero giocarsela alla pari con tanti Chardonnay di punta della produzione italiana.

Il prezzo poi è interessantissimo.

mercoledì 17 luglio 2013

Serata in bianco (in enoteca)

Serata in enoteca con amici, qualche bottiglia di vino a guidarci in pensieri ed elucubrazioni, qualche piatto a fare da complemento e perchè no da abbinamento.

Siamo in piena estate, le serate di Milano sono torride nonostante il 2013 sia stata per ora un'estate piuttosto piovosa e scorbutica, la giornata odierna è stata però calda e la serata prosegue sugli stessi binari, urgono quindi dei bicchieri pieni per spegnere i bollori.

Le esigenze climatiche ci obbligano a rimanere su vini bianchi, di seguito quindi appunti sparsi del percorso intrapreso nella serata.

Riesling Falkenstein 2011
 
Il più tedesco dei nostri Riesling proviene dalla Val Venosta, più precisamente dalla cantina Falkenstein in quel di Naturno, località di montagna dominata dalla Rocca del Falco. Questo Riesling proviene dalle mani di Fran Pratzner, viticoltore capace che conosce vitigno e territorio al punto tale da saperli fondere al meglio al fine di garantire quelle sensazioni che solo un Riesling di pregio può dare. Proprio come per i prodotti della Mosella anche questo potrebbe essere aspettato anni per poterlo scoprire in tutte le sue declinazioni ed evoluzioni, per questo motivo l'averne bevuto il 2011 è comunque una forzatura e per citare un bravo giornalista e scrittore di vino, un "infanticidio".

Nonostante la giovanissima età nel bicchiere si presenta con un colore giallo paglierino molto lucente, ma è al primo naso che capiamo subito di trovarci di fronte a un gran bel vino, che possiede tutte le caratteristiche olfattive che rendono famoso questo vitigno.

Mineralità soprattutto, folate idrocarburiche mischiate a una forte nota speziata di pepe nero si evolvono nel bicchiere fino a far trasparire sfumature più fruttate ed agrumate, limone, cedro che lasciano poi spazio a pesca gialla e profumi più tropicali con l'ananas a venire fuori più di tutto il resto.

In bocca una bella acidità supportata da una corretta sapidità stuzzicano la salivazione e la ricerca di un abbinamento gastronomico. Noi abbiamo optato per un accostamento geograficamente distante ma che ha trovato discreta corrispondenza gustativa. Le friselle tipiche pugliesi con pomodorini e capperi, innaffiate da un buon olio extravergine d'oliva di una nota azienda vinicola siciliana hanno perfezionato la degustazione con un finale ancora sapido ben deterso dalla spalla acida del Falkenstein.

In conclusione un bel vino che tiene il passo dei più famosi cugini alsaziani e tedeschi.
89 pt.


Dolèe Vie di Romans 2010

Non servono presentazioni per introdurre Vie di Romans, azienda vinicola friulana di Mariano del Friuli che ogni anno produce batterie di vini bianchi prevalentemente monovitigno dalla qualità media commovente.

La nostra scelta è caduta sul Dolèe, Friulano (serve ancora dire che è il vecchio Tocai?) in purezza. Il nome del vino deriva dalla coltivazione della colza e dell'olio che se ne ricavava, quando l'olio d'oliva era ancora solo per i ricchi. Appena servito nel bicchiere se ne denota subito una grande brillantezza e pulizia, un giallo paglierino carico con alcune note dorate che ne lasciano trasparire la grande concentrazione.

Il naso è intrigante, intenso, complesso, con note fruttate di frutta gialla tendente al maturo (pesca, ananas) avviluppate a sfumature ammandorlate che si intervallano con sentori di morbidezza tale che lascerebbero intuire una malolattica che invece non c'è stata, incredibile la concentrazione e l'estratto di questo prodotto, capace anche in bocca di soddisfare con note suadenti di frutta e mandorla (la più tipica nota del vitigno è qui estremamente presente e aggraziata). Ben presente la spalla acida a fare da contraltare alla buona rotondità in bocca che accompagna fino a un finale piacevole e di buona persistenza. E' vino complesso, che richiama l'abbinamento con un piatto in grado di non essere soggiogato dalla sua potenza.

La bevibilità paga leggermente questa grande concentrazione, è vino da pasto completo, che può peraltro accompagnare senza problemi.
91+ pt.

Chiarandà Donnafugata 2008
 
Non facile cercare di alzare l'asticella dopo Vie di Romans, tentativo effettuato con una sortita in terra sicula. Lo Chardonnay di Donnafugata, abbinato a una degustazione di formaggi francesi. Chiarandà è uno dei vini di punta della famosa azienda vinicola siciliana. Proviene dalla Tenuta Contessa Entellina, nella Sicilia sud-occidentale.

Nel bicchiere è di un giallo dorato di una certa lucentezza, limpido e invitante. Al naso propone subito tutte quelle caratteristiche olfattive tipiche dello Chardonnay trattato con la rovere, stile tanto amato dagli americani. Frutta matura con forti accenni di banana, vaniglia e burro. Il calore della Sicilia lo si percepisce dal colore e dalla concentrazione del prodotto che sebbene abbia già 5 anni dietro le spalle, lascia intravedere un forte potenziale di invecchiamento che potrebbe smerigliare leggermente quelle forti note burrose ereditate dalla permanenza in legno francese.

In bocca bell'ingresso, delicato ma intenso, che si sviluppa su aromi in linea con la parte olfattiva, un vino di certo morbido dove l'alcolicità è abbastanza evidente, ancora presente la spalla acidà ma sicuramente permeata dalla rotondità del vino.

L'abbinamento con i formaggi, teoricamente adatto, si è rivelato non del tutto equilibrato dato che almeno tre dei quattro assaggiati avevano una stagionatura e un forte sapore che lo Chardonnay ha fatto fatica ad arginare.

Chiaramente un vino ben eseguito, che non riuscirebbe a convincere i detrattori dello Chardonnay passato in legno ma che entusiasmerebbe invece i sostenitori degli Chardonnay della Napa.
88 pt.

sabato 6 luglio 2013

World War Z

 
 
A chi non piacciono gli hamburger?
Riassumerei con questa domanda la mia semiseria valutazione/recensione del film World War Z che ho visto pochi giorni fa.
Dal titolo del blog si intuisce la mia passione per il vino, da qui deriva (non necessariamente ma nel mio caso si) che ne abbia anche per la cucina in generale. Sembrerebbe ovvio che chi è appassionato di cucina e di gastronomia sia de factu un osteggiatore del fast food, cibo americano per eccellenza, il passo poi verso il junk food è breve da lì...
Perchè continuo a parlare di cibo e non di cinema?
Perchè World War Z a me ha fatto lo stesso effetto di mangiare un grosso, grasso, unto baconcheeseburger (my favourite), magari uno di quelli stile Man vs Food (se vi piace il mangiare grasso e sporco non perdetevi questo programma).
Sia chiaro, la reazione che mi procura un cheeseburger con una bella birra gelata è tutto tranne che negativa. Sicuramente non lo vorrei mangiare tutti i giorni, sicuramente non è il miglior cibo possibile, ma di fatto a me di tanto in tanto piace.
 
World War Z è un cheeseburger formato pellicola.
Il film di Marc Forster (regista che sta virando verso i blockbuster dopo un inizio di stampo più intimista con film come Monster's Ball e Neverland) si sviluppa attorno alle vicende di Gerry Lane, (interpretato da Brad Pitt, che qui produce con la sua Plan B Entertainment) un ex investigatore delle Nazioni Unite, e della sua famiglia, alle prese con (ancora loro) zombie poco amichevoli che in breve tempo portano terrore e distruzione su scala mondiale.
In un periodo in cui abbiamo avuto un buon numero di disaster movies e serie Tv americane su zombie e affini, non era facile districarsi tra il già visto, il ridicolo involontario e la noia.
Wolrd War Z riesce in tutto questo a mio avviso in maniera abbastanza brillante, puntando su una prima parte molto dinamica e su una seconda invece un attimo più rallentata da vicende e necessità di copione. Il film scaturisce da un libro scritto da Max Brooks (figlio di cotanto Mel), romanzo epistolare dove tanti racconti di persone sopravvissute delineano e tratteggiano gli eventi post infezione. Gli sceneggiatori qui hanno invece dovuto creare un storia che avesse un inizio e una fine, utilizzando e ove richiesto modellando il materiale del libro.
Si parte quindi subito in piena action, con la famiglia felice costretta a scappare in fretta e furia da quella che sembra essere una epidemia di follia collettiva. Bisogna dire che nel corso del film (quasi due ore di durata) c'è più volte modo di vedere da vicino il buon lavoro fatto dai truccatori, ma quello che mi ha colpito di più sono state le (numerose) scene di massa con molte riprese aeree (impressionante la prima a Philadelphia, in realtà girata in George Square a Glasgow) roba da far quasi impallidire l'attacco al fosso di Helm di Peter Jackson.
Brad Pitt copre chiaramente il ruolo del protagonista e lo troviamo sballottato in diverse locations, ognuna delle quali dà il via a sequenze adrenaliniche al limite del realistico (non comunque meno realistiche di un cheeseburger a 6 piani, il suo gastronomico parallelo), che lo portano infine a una sede della Organizzazione Mondiale della Sanità dove potrà rifugiarsi, elaborare e mettere in pratica le sue teorie per salvare il mondo, in collaborazione con altri sopravvissuti tra i quali un serissimo Pierfrancesco Favino.
Finale da immaginare tra l'altro con possibili spiragli per un eventuale seguito.
Nel complesso un film non memorabile ma assolutamente godibile, per metterla enologicamente intenso ma poco complesso, abbastanza equilibrato.
Ogni commento è ben accetto.
 
 


mercoledì 24 aprile 2013

Ruiz de Cardenas - Pinot Nero Le Moìne 2009


Gianluca Ruiz de Cardenas è un piccolo e indipendente produttore in Oltrepò Pavese. Il suo quartier generale si trova a Mairano di Casteggio, immerso e perchè no anche un pò nascosto nelle colline oltrepadane. Ho avuto il piacere e la fortuna di andare direttamente a trovarlo un paio di volte per ritirare personalmente le bottiglie ordinate e ho avuto quindi la possibilità di verificarne di persona la serietà professionale con la quale conduce la sua attività.
Credo non sia un segreto per chi conosce se non tutti almeno alcuni dei suoi prodotti come il buon RdC sia un vero appassionato di Borgogna e come tale le varietà che ha deciso di impiantare nei suoi 5 ettari in suolo oltrepadano sono appunto solamente Chardonnay e Pinot Nero. Entrambi sono largamente utilizzati per ottenere dei metodo classico di grande stoffa, come peraltro già segnalato da pareri ben più autorevoli del mio qui ma anche qui, ma soprattutto il Pinot Nero viene anche utilizzato per due rossi, Brumano e Le Moìne.
 
Del Brumano parlerò in seguito (un 2005 pazientemente aspetta in cantina), oggi ritorno su alcuni appunti riguardo il più semplice dei due rossi menzionati, Le Moìne appunto.
Ottenuto da uve pinot nero vendemmiate nella vigna che dona il nome al vino in località Oliva Gessi, l'annata 2009 si presenta nel bicchiere rosso granato con la trasparenza classica del pinot nero. 
Al naso attacco abbastanza intenso, interessanti note fruttate di fragola e lampone si avvicendano e poi lasciano spazio a sentori mentolati, quasi balsamici, che virano poi su toni infusivi. Lieve accenno di tabacco dolce. Discreta complessità per un vino che non prevede affinamento in legno ma solamente in acciaio.
In bocca la freschezza è ancora ben presente, tannino davvero levigato e discreta carnosità. Frutta rossa abbastanza succosa e intrigante sentore di sambuco nella nota retrolfattiva, ben bilanciata con il frutto l'acidità. Sprazzi di eleganza per un prodotto che nel complesso rimane un vino da tutto pasto, ma che ci permette di intravedere il bel lavoro svolto dal viticoltore in vigna prima e in cantina poi, e ci lascia con la profonda curiosità di assaggiare il suo Brumano.


mercoledì 17 aprile 2013

Quinta de Roriz - Prazo de Roriz 2007

  

Se non siete mai stati in Portogallo e ci volete andare non prescindete mai e poi mai da una visita nell'Alto Douro.
Questa regione, che si trova nella parte settentrionale del paese, attraversata dal fiume che gli dona il nome (e che in Spagna è chiamato Duero, Ribera del Duero vi dice niente?), è una delle aree vinicole più antiche al mondo. Nella valle del Douro le sponde della vallata sono trasformate in terrazzamenti vitati, che tanto ricordano la viticoltura eroica, sui quali sono coltivati i vigneti che danno vita al Vinho do Porto.
Oltre alle uve utilizzate per la produzione del Porto, tante quintas producono vini rossi secchi, alcuni di grande fattura.
Nel corso del tempo ho sempre più avuto modo di avere conferma che enologicamente parlando il Portogallo non è solo Porto e Madeira, ma anche vini da tavola di grande valore, peraltro spesso con un rapporto qualità prezzo molto interessante (se vi capita buttatevi anche sull'Alentejo, altra regione di rossi straordinari).
 
Quinta de Roriz è uno dei più antichi estate della regione del Douro, risalente agli inizi del XVIII secolo, famosa soprattutto per essere stata la prima ad avere esportato un Single Quinta Vintage Port. 
Prazo de Roriz è uno dei loro prodotti, ottenuto con un blend di uve rosse (difficile l'uso di vitigni in purezza qui), autoctone per la maggioranza, con predominanza della Touriga Nacional, vero vitigno principe di questa zona.
Rosso rubino molto compatto, naso che apre su note fruttate ma poi vira decisamente su alcune più evolute, donate dal legno dove il vino riposa per qualche tempo. Sono le uve che vengono utilizzate per il Porto, e l'ombra del Porto la si sente nel bicchiere, con quei caratteri tipici di legno integrato a frutta matura.
Il Porto è un parente sia chiaro, ma è innegabile che la parentela sia percepibile e affascinante.
Nel complesso un prodotto di medio livello, ma chiaramente interessante per chiunque voglia approcciare un vino rosso dell'area del Douro.






sabato 13 aprile 2013

Friuli in rosso

 
 
Con un certo ritardo ritorno su una degustazione tenutasi presso l'hotel Westin Palace di Milano sui vini rossi del Friuli.

Il Friuli Venezia Giulia non è sicuramente una regione enologicamente famosa per i suoi vini rossi, ma non va dimenticato che in queste zone sono diversi i vitigni rossi autoctoni in grado di regalare grandissimi prodotti. La serata organizzata da AIS Milano ha in questo senso centrato in pieno l'obiettivo di far conoscere, o riscoprire per chi già li conosceva, alcune bottiglie davvero interessanti.

Numerosi sono stati gli assaggi, per cui una discreta operazione di filtraggio mi porta a condividere le sensazioni solo dei vini che più mi hanno sorpreso e impressionato.

Questa volta andiamo per vitigno e partiamo dagli internazionali per poi proseguire con gli autoctoni e chiudere con l'angolo dei biodinamici.

Internazionali

Castelvecchio Merlot 2006

Siamo nella DOC Carso e troviamo un gran bel Merlot, ottenuto mediante sapiente selezione di grappoli per un vino dalla buona struttura. Rosso rubino compatto, al naso è ben presente la nota del legno, sono 3 gli anni di affinamento tra barriques e botte grande. In bocca buona pienezza e rotondità, frutta rossa tendente al maturo e un tannino ancora vivo introducono un finale dove spicca una ovvia impronta di liquirizia dolce molto gradevole. Buono. 88pt

Fiegl Merlot Leopold 2006

Merlot interessante quello di Fiegl, qui parliamo della linea di produzione denominata Leopold. Il simpatico Matej ci versa un Merlot 2006 che regge con tranquillità i suoi quasi 7 anni, esce infatti da 3 anni di affinamento in legno e da 3 in bottiglia. Le caratteristiche classiche di ogni buon merlot che si rispetti ci sono tutte, a cominciare da quella bella rotondità in bocca che tanto invoglia alla beva. Abbastanza complesso, intrigante rapporto qualità/prezzo. 85pt

Tenute Tomasella Le Bastìe 2005

Merlot di razza, di straordinaria pienezza in bocca. Complesso al naso e in bocca con una successione di toni fruttati integrati ad alcuni più evoluti su note di tabacco e spezie. 11 mesi in barriques nuove. Selezione di uve dal vigneto "Le Monde", la zona è quella della DOC Grave. 90pt

Fiegl Merlot 1998

Merlot di chiusura della serata, che l'azienda ha portato quale esperimento per far scoprire le potenzialità di questo vitigno in una zona come quella di Oslavia. Un Merlot con un solo anno di affinamento in botte e ormai quasi 14 di attesa prima di essere stappato. Ancora abbastanza fresco, forti le note di cioccolato e di bruciato al naso. In bocca ritornano le note affumicate e chiude leggermente stanco. Nel complesso interessante per come ha tenuto nel tempo.

Tenute Tomasella Cabernet Franc 2011

Sempre dalle Grave del Friuli proviene il miglior Cabernet Franc della serata. Un vino "quotidiano" di grande eleganza e franchezza. Le Grave garantiscono ai vini quelle note più delicate rispetto ai loro corrispettivi carsici, in genere più delineati e netti. Questo Cabernet Franc ha un colore rosso rubino scarico, quasi pinotnoireggiante, un naso verde con la fortissima nota vegetale di peperone in evidenza, molto elegante però. In bocca è al limite del magro, ma di ottima beva. Non è un vinone, ma ruotandolo è bevuta quotidiana di grande spessore. Prezzo imbattibile.

Jermann Red Angel 2010

Un vino femminile in una serata di vini molto molto maschi. Un Pinot Nero molto intrigante, il colore è quello tipico del vitigno, un rubino tenue. Il naso ti spiazza con note quasi da vino bianco, fragola, papaya, passion fruit, tropicale nel suo evolversi nel bicchiere. Al palato conferme, poco corpo ma molto fine, complesso e delicato. Si ritrovano le note fruttate di stampo tropicale. Un rosso che sembra fatto apposta per chi i rossi li beve con il pesce. Magari con qualche salsa. Magari fà proprio bene in questo caso. Sorpresa.

Autoctoni

Jacuss Fuc & Flamis 2010

Ah lo schioppettino. Gli autoctoni friulani sono un pò così, se non li ami possono risultare scontrosi. Lo schioppettino è vitigno particolare, che si riconosce per le sue intense note speziate, pepe nero e incenso che nemmeno si fosse in chiesa. Jacuss propone un 2010 interessante, colore scarico somigliante quasi a una Schiava, ma naso varietale al massino, pepe macinato, spezie, un pò di frutta rossa di contorno. Buona intensità anche in bocca. Da provare. Ah, il nome stà per fuoco e fiamme, che ve lo dico a fare.

La Tunella Schioppettino 2009

Altro schioppettino buonissimo, questo più muscoloso del precedente. La nota varietale è sempre ben presente, incenso, pepe, anche qualche sentore erbaceo, origano, una nota particolare di marinatura sempre al naso. In bocca intenso e persistente, una certa potenza, rotondo. Il leggero appassimento delle uve si sente, chiude morbido. Bel vino. 90pt

Moschioni Schioppettino 2008

Ancora schioppettino, ancora potenza. Sempre le spezie al naso, ma in bocca c'è anche molto tannino e una successione entusiasmante di frutti di bosco. Un vino di grande eleganza nonostante la sua struttura imponente. E' straordinariamente presto per poterlo aprire. Pazienza, non ci si pentirà.
 
Moschioni Pignolo 2006

Altro autoctono di razza, il Pignolo. Uve dal grappolo piccolo e spargolo, che deve il suo nome alla particolare conformazione del grappolo stesso, è vitigno caratterizzato da acidità spiccata e tannino irruento, che lo rendono adatto al lungo invecchiamento. Il tannino è la caratteristica principale di questo pignolo di Moschioni, qui abbiamo davanti almeno dieci se non venti anni di potenziale invecchiamento, ma è vino che ha carattere e classe.

Jermann Pignacolusse 2007

Straordinaria interpretazione del Pignolo e vincitore ex aequo della serata per me. Jermann lavora alla perfezione questo vitigno traducendolo in un vino dritto, preciso, ben fatto. Rosso rubino di grande fittezza, naso elegante, la barrique si sente ma si integra alla perfezione con frutti a bacca nera in successione a note più evolute di pellame e cacao. Trama tannica in bocca ma è vino già godibile, la barrique regala note di vaniglia e di affumicato, la persistenza è incredibile, complesso, fine, intrigante piccantezza finale. 91pt

La Tunella L'Arcione 2008

Uvaggio autoctono metà Schioppettino metà Pignolo per il rosso di punta di questo produttore. Gran vino, forse il migliore della serata insieme al Pignacolusse. Entrambe le varietà vengono sottoposte a leggera surmaturazione prima del processo di vinificazione e di quello successivo di invecchiamento in tonneaux per un tempo complessivo di oltre 3 anni.Tra naso e bocca si trova perfetta sinergia, note fruttate e più evolute come cuoio e liquirizia, insieme a quelle più varietali dello schioppettino. Molto pieno e persistente. 91pt

L'angolo BIO

Kante Terrano 2007

Edi Kante tra gli amanti del vino non ha bisogno di presentazioni, viticoltore tra i più stravaganti, intraprendenti e sperimentatori. Viticoltura biodinamica nel senso più stretto del termine, e suoli carsici, difficili ma così irresistibili. La terra carsica è scontrosa, ma è dove deve soffrire che la vigna regala gemme preziose. Il Terrano è qui l'uva rossa più autoctona, una sorta di legame inscindibile lega quest'uva al Carso. Il Terrano di Kante è esperienza sensoriale a prescindere. Questo 2007 al momento dell'assaggio (solo pochi giorni dopo potrebbe essere diversissimo, vino camaleonte) ci regala un naso sorprendente, con una nota funginea così netta da credere di avere dei funghi tagliati nel bicchiere, non un vino rosso. Si apre poi e arrivano sentori di fumo e di terra che troveremo come comun denominatore in altri terrano della serata. Non tanta frutta qui, sono vini da dentro o fuori. Anche in bocca interessante nella sua complessità. Bevuta didattica. Chapeau.

Zidarich Rujè 2006

Uvaggio di 90% Merlot e 10% Terrano, Zidarich è un altro famoso produttore dell'area del Carso, seguace della viticoltura biodinamica. Il suo Rujè pur essendo a maggioranza Merlot possiede solo alcune delle caratteristiche tipiche del vitigno, il resto è puro bagaglio biodinamico, come quella evidentissima nota di passata di pomodoro che si sente non appena si porta il bicchiere al naso. In bocca rotondo, con un pizzico di acidità marchiata Terrano. Tre gli anni di affinamento in botti di rovere di Slavonia di diverse dimensioni, il legno qui non lascia impronta però. Nessuna filtrazione. Nessun compromesso.